L’allenatore ideale esiste?

A coach holding a timer during practice --- Image by © ImageZoo/Corbis

No, sicuramente, non esiste un allenatore ideale. Di ideale, in questa vita c’è ben poco… tanto meno un allenatore! È un essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti. Tuttavia, ha un ruolo fondamentale nei confronti del suo atleta. Quindi è bene che alcuni aspetti siano ben chiari per chi sceglie di fare questo impegnativo e bellissimo lavoro.

Nella mia esperienza, mi sono trovata molte volte a dover risolvere delicate questioni di calo di motivazione, ansia, tensione, paura di sbagliare a causa di quanto succede con il proprio allenatore sui campi (palestre, piste, terreni…) di allenamento. La gestione del rapporto atleta-allenatore è infatti un aspetto importante del Coaching Sportivo. Proviamo adesso a capire il punto di vista dell’uno e dell’altro.

Quanto sono importante per te?

L’allenatore ha una grande passione per lo sport per il quale allena, a volte lo fa in completamento ad un altro lavoro, ma, più spesso, si tratta di un lavoro a tempo pieno. Dal suo punto di vista, chi si dedica ad un determinato sport dovrebbe farlo quindi con la stessa dedizione e partecipazione. Il primo problema che può insorgere da questo è la perdita di interesse nei confronti dei ragazzi che non danno subito risultati o che in un primo momento necessitano di più impegno per essere motivati e stimolati. Molti allenatori vorrebbero avere subito tra le mani talenti o piccoli campioni abituati alla disciplina e allo sforzo. Da parte loro, i ragazzi vedono nell’allenatore una figura di riferimento da cui si aspettano considerazione. Sentire che qualcuno crede in loro e si dedica a loro con dedizione nonostante alcuni fallimenti può essere un fattore dell’ambiente esterno altamente motivante. Viceversa, percepire disattenzione nei propri confronti porta a delusione e perdita di fiducia nell’atleta relativamente alle proprie capacità. Si rischia così anche di creare dipendenza dai giudizi….

Non ti capisco

L’allenatore è una persona adulta con una personalità matura e ben definita, concentrato sull’insegnare e correggere aspetti sia tecnici che fisici dell’allenamento. Per questo motivo, spesso, non cura il modo in cui comunica queste cose, né per quanto concerne le parole, né il tono, né il linguaggio non verbale. E se mi seguite un po’, sapete quanto questo conta… spesso più delle parole! Per lui, l’importante è che passi il messaggio tecnico, non si preoccupa del “come”. A cosa porta questo? La risposta è semplice, porta ad innumerevoli incomprensioni. Innanzitutto, perché ogni atleta è diverso dall’altro, quindi un solo stile comunicativo centrato sulla personalità dell’allenatore non può andare bene per tutti. Occorre che l’allenatore abbia la consapevolezza di questo meccanismo e che si sappia adattare a chi ha di fronte. In secondo luogo, perché se le parole comunicano qualcosa che non è supportato da coerenza nell’atteggiamento generale, il messaggio non passa (per spiegarci: se auguro “buona giornata” con un tono di voce basso, senza guardare chi ho di fronte e in modo sbrigativo, non sarà la stessa cosa che pronunciare quella frase con il sorriso, voce squillante e guardando la persona negli occhi!).

Maschi e femmine, tutto uguale?

No, la risposta è no. Maschi e femmine hanno modi diversi di processare le informazioni e di vivere quanto accade. Per risolvere problemi matematici, ad esmpio, gli uomini usano la sfera del cervello razionale, mentre le donne non riescono a separarla anche dalla sfera affettiva. Queste differenze sono trasportate in campo di allenamento e gara.

Voglio usare delle parole del celebre, simpatico, brillante ex allenatore del volley Julio Velasco, commissario tecnico della Nazionale italiana maschile dal 1989 al 1996 e della Nazionale femminile dal 1997 al 1998. È noto per aver ottenuto grandi successi con quella che è stata soprannominata la generazione dei fenomeni. Oggi è uno dei Coach sportivi più affermato. Godetevi questo brano estratto dal video sotto riportato, video che vi invito a vedere tutto perché lui è davvero un genio della comunicazione!

È che quando noi parliamo di sfida, normalmente parliamo di sfida al maschile. Perché dico questo? Perché uomini e donne funzionano in modo completamente diverso. Mettiamo ad esempio di avere un ragazzino talentuoso che viene a provare la pallavolo (o calcio o quello che è). Cosa fa il ragazzino talentuoso? Prova a fare il colpo più difficile, anche se per fare questa giocata più difficile sbaglia un sacco di volte. […] Ma quando riesce a mettere a segno quella palla straordinaria esulta. Così siamo noi, i maschi. Se uno è bravo a calcio, cosa fa? cerca di fare il goal di Maradona, il goal di Messi, magari perde palla cinque volte, però se riesce a fare goal si esalta e festeggia.

Le donne non funzionano così: quando sono andato ad allenare le donne, ho detto per la prima volta una cosa che non avevo mai detto. Ho detto loro: “Non vi preoccupate se sbagliate, provate colpi nuovi, non fa niente se sbagliate”. Mai detta una cosa così ad una squadra maschile. Perché se ad una squadra maschile dico “Va bene anche se sbagliate, provate”, loro provano la super mega giocata spaziale senza senso. Quando sono andato ad allenare le donne, ho chiesto ad una mia amica che è Preside di una scuola elementare in Argentina “Ma come sono da piccoli?”. Lei mi ha detto una cosa che mi ha fatto pensare molto. “Hai presente i calcoli mentali matematici che si fanno a scuola? È rarissimo che vinca una bambina. Perché lei ci arriva alla soluzione, ma nel dubbio che possa dire una cosa sbagliata lascia andare avanti un altro. Perché se lei sa che era nel giusto le è sufficiente, non ha bisgno del riconoscimento. Invece il maschio ci prova anche lì, risponde subito, magari sbaglia un sacco di volte pur di vincere una volta.

[…] Con le mie squadre maschili mi è successo molte volte di usare l’orgoglio come modo di sfidare i miei giocatori. Dire ad esempio “Si vede lontano che avete paura” e poi andarmene subito. A loro si gonfiavano le vene del collo e se la prendevano con quello che c’era, ossia gli avversari! Appena ho preso la squadra femminile ho provato a fare lo stesso e le ragazze hanno iniziato a chiedersi “Ma abbiamo paura? Forse ha ragione?”.. c’era il rischio di convincerle!!!

In sostanza, l’allenatore deve essere consapevole che gli atleti maschi e femmine hanno un modo di funzionare diverso, vanno motivati e trattati in modo diverso, tenendo conto delle esigenze di ognuno.

Allenatore e genitore… che battaglia!

Altra cosa importante è che ognuno rispetti il proprio ruolo quando parliamo di atleti che non sono ancora adulti. Sembra scontato, ma molte, ahimé, troppe volte non è così. E questo crea confusione e perdita di fiducia nei confronti dell’allenatore da parte dell’atleta.

Il genitore dà il suo prezioso contributo affinché tutto il contorno agli allenamenti (spese, attrezzature, trasporti, organizzazione studio, ecc.) funzioni, ma deve fermarsi fuori dal campo di allenamento. Ho avuto a che fare con genitori che criticano a spron battuto l’operato degli allenatori, vogliono intervenire nelle decisioni tecniche, di gara, nei giudizi e, cosa ancor peggiore, si sostituiscono alla voce del figlio, togliendogli l’importante diritto di comunicare con il suo allenatore circa le sue sensazioni, aspettative, intenzioni. In questo caso, l’allenatore dovrebbe far presente molto chiaramente al genitore quali sono i paletti e le regole da rispettare, invitandolo a cambiare gruppo di allenamento o squadra se ci sono cose che non vanno bene. Trascinare queste situazioni rovina l’ambiente di lavoro per l’allenatore, crea discussioni, mette zizzania tra i ragazzi e instilla la sfiducia nell’atleta.

Certo, dal canto suo, l’allenatore deve rispettare il fatto che l’atleta non è di sua proprietà e confrontarsi nelle sue scelte di massima con il genitore (ad esempio concordare il tipo di impegno settimanale e gli obiettivi a lungo termine, collaborare per gestire infortuni, ecc.) . Inoltre, deve ricordarsi che per un genitore un figlio è tutto e spesso i giudizi dei genitori non sono obiettivi, quindi dedicargli il tempo giusto e le parole giuste per far sentire che vi è una considerazione effettiva del benessere e della crescita del figlio.

Qual è la vostra esperienza con gli allenatori?

Oppure, se siete allenatori, qual è la vostra esperienza con gli atleti?

Se volete condividere le vostre esperienze, lasciate un commento o scrivetemi a beatrice.raso.nlp@gmail.com

 

About Beatrice Raso

Licensed NLP Trainer e Coach, laureata in Lingua e Letterature Straniere e laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche con interesse particolare alla Psicoterapia Breve Strategica del centro CTS di Arezzo del Prof. Nardone Ha un passato da campionessa di atletica leggera, a livello nazionale e internazionale con la vittoria allo storico Cross Cinque Mulini e il titolo italiano sui 2000 siepi (di cui è stata anche detentrice del record italiano).