Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.
(Aristotele)

L’abbiamo capito da tempo, ormai. Lo dicono le neuroscienze, lo dice la psicologia, lo dice l’evidenza del campo: solo allenarsi non basta. Ci vogliono la famosa “testa” e l’atteggiamento giusto. Questi fattori condizionano moltissimo le performance, il che è dimostrato dai numerosi atleti che vorrebbero fare il risultato, ma lo mancano proprio nelle occasioni importanti.

È qui che la PNL e la psicologia sportiva ci vengono in aiuto.

Un aspetto spesso non considerato a sufficienza per i pesanti effetti che può avere sul far mancare gli obiettivi è il perfezionismo. “Ma che male c’è a voler fare tutto al meglio?” potrebbe chiedersi qualcuno. E, invece, come recita un saggio detto popolare, “il meglio è nemico del bene”, ossia meglio puntare a far qualcosa bene che in modo perfetto.

“Perché?” vi chiederete.

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IL PERFEZIONISTA SI CREA UNA GABBIA MENTALE

La spiegazione è piuttosto logica: quando si ha un approccio da perfezionisti, si entra in uno schema rigido di pensiero. Ma la rigidità mentale è la premessa per uscire dallo stato di flusso (il famoso “flow”) necessario ad un atleta quando vuole performare ad alto livello. Questo stato permette di lasciare che il pilota automatico guidi le azioni, sgombrando la mente da un dialogo interiore inutile e da pensieri controproducenti. Essere nel “flow” permette di immergersi al 100% nel gesto che si sta compiendo, quindi di essere pronti a modificare ogni dettaglio dell’azione a seconda dell’esigenza. Il perfezionista, al contrario, si crea un’immagine rigida e statica di come devono andare le cose. Tiene a modello questa immagine, perdendo di vista la situazione reale che sta vivendo. Un obiettivo creato su un’immagine perfetta è poco realistico! Inoltre, darsi una sola possibilità per far le cose in una determinata maniera è davvero poco: è inevitabile che al perfezionismo sia associata ansia.

Infine, alte aspettative quale quelle dei perfezionisti, oltre a generare ansia, portano dritte dritte a delusioni perché non corrisponderanno mai alla realtà. Di conseguenza, abbassano la sicurezza personale, costringendo gli atleti a ricorrere a sotterfugi per giustificare una prestazione non buona, come lamentare un infortunio inesistente o esagerarne uno di piccola entità o, addirittura, in casi estremi, fare uso di doping.
E questo è quello che ci racconta con queste parole Lance Armstrong, che ammette di essere caduto nella trappola del doping a causa del suo perfezionismo:

“sono stato un prepotente, perché volevo sempre avere la situazione sotto controllo.

Non tolleravo di vivere con quell’incertezza su ciò che accadeva,

meglio correre sapendo in partenza che la vittoria era sicura grazie al doping.

Lo scacco matto è stato dovuto al mio perfezionismo”.

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About Beatrice Raso

Licensed NLP Trainer e Coach, laureata in Lingua e Letterature Straniere e laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche con interesse particolare alla Psicoterapia Breve Strategica del centro CTS di Arezzo del Prof. Nardone Ha un passato da campionessa di atletica leggera, a livello nazionale e internazionale con la vittoria allo storico Cross Cinque Mulini e il titolo italiano sui 2000 siepi (di cui è stata anche detentrice del record italiano).